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Calano gli iscritti agli istituti tecnici

La signora Dietlinde Gruber, meglio nota come “Lilli”, è come noto una bravissima presentatrice, e suo “partner”, altrettanto bravo nella nota trasmissione serale “Otto e mezzo”, è Paolo Pagliaro. La signora Gruber, laureata in lingue e letterature straniere a Venezia, ha come “Muttersprache” il tedesco, e quindi dovrebbe conoscere per bene la struttura scolastica e universitaria in Germania. Mi sembra quindi strano che le sia sfuggita una impropria comparazione fatta da Paolo Pagliaro, nella trasmissione di una sera di metà giugno. Vediamo di che si tratta.

Pagliaro ha notato il considerevole calo di iscritti agli Istituti Tecnici, soprattutto dopo la riforma di alcuni anni fa che fra l’altro ha sostituito il quasi centenario corso per geometri con quello per “periti”. Di tale argomento si è occupata questa rivista in diverse occasioni, anche censurando il programma dei periti per le costruzioni, ambiente e territorio che hanno sostituito la classica figura del geometra con un perito senza arte né parte (e ciò probabilmente è una delle concause del calo di iscritti notato da Pagliaro). Il quale Pagliaro ha per l’appunto sottolineato l’inadeguatezza dei programmi dei corsi di tutti i nuovo periti in  genere, anche per la mancanza di connessione con la realtà operativa aziendale o professionale, esaltando il sistema tedesco delle “Fachhochschulen” ove sono previsti semestri per l’appunto di pratica aziendale interconnessi con le lezioni e le esercitazioni. E qui sta il guaio: questi Istituti appartengono al settore universitario, non a quello delle scuole secondarie, nel quale vi sono le “Realschulen” e le “Hauptschulen”, che seguono la scuola primaria elementare (generalmente di 4 anni) per almeno altri sei anni. Naturalmente vi sono anche i “Gymnasien”, paragonabili al nostro liceo, che portano alla “Abitur” (maturità) dopo la dodicesima o tredicesima classe, elementari comprese (come da noi, contando 5 anni di elementari, tre di scuola media, cinque di liceo). Con la “Abitur” si accede alle università, conseguendo la laurea (che non conferisce il titolo dottorale, con l’eccezione dei medici), bensì quello di “Diplom”, per esempio Diplomingenieur, Diplomkaufmann, Diplommathematiker, Diplomachitekt e così via. Ale scuole secondarie nella Repubblica Federale Tedesca sono ordinate dai Lȁnder, e la loro durata può variare di un anno; vi sono anche le cosiddette “Gesamtschulen”, con un ordinamento particolare.

Partendo dalle Realschulen o dalle Hauptschulen, si può accedere alle Fachhochschulen, sostenendo un apposita maturità (Hauptschulreife). Le Fachhochschulen, sono quindi istituzioni terziarie, dopo gli accordi di Bologn  chiamate anche all’inglese “Universities of Applied Sciences” o in tedesco  “Hochschulen für Angewandte Wissenschaften”, così come ho scritto molti anni fa sul “Bollettino della SIFET” n°1 del 1996. I docenti sono, qui come nelle Università, “Professori”, mentre negli Istituti di istruzione secondaria, Gymnasien compresi, sono “Lehrer”, ovvero “insegnanti”: solo in Italia si chiamano “professori” gli insegnanti delle secondarie, così come ho già molte volte scritto. A proposito, mi fa sorridere sentire nei telegiornali chiamare “studenti”, anziché “scolari”, i ragazzini delle medie e dei licei; Anni fa ero al mare, in Puglia, e mi venne presentata una bella ragazza tedesca, alla quale chiesi, incerto sulla sua età: “ Studien Sie?” a cui venne risposto prontamente: “Nein, ich besuche di Schule!”, vado ancora a scuola. D’altra parte, il bravo Pagliaro è perdonabile; molti anni fa, chiesi al Ministero degli Affari Esteri del nostro Paese dei dati sul “Verein Deutscher Ingenieure, VDI”, il più grande Collegio di Ingegneri d’Europa, e mi venne risposto da un Sottosegretario di Stato che il VDI era una … associazione di periti! Incredibile, da parte di un organo ufficiale dello Stato: chissà come vengono regolati gli “affari esteri” con un livello cognitivo di tal genere!

E lo credo bene che le iscrizioni agli Istituti Tecnici siano in calo; da noi tutti aspirano alla laurea, soprattutto dopo che nel disgraziato accordo di Bologna sono state create le lauree triennali al posto dei più onesti “diplomi universitari” biennali. Ricordo ancora con raccapriccio, io uomo mitteleuropeo come cultura e formazione, la prima proclamazione di una laurea di tal tipo in “architettura della produzione edilizia” (che vuol dire?) nel mio amato Politecnico, nella commissione di cui facevo parte  Il presidente della commissione dichiarò, con la formula di rito, “dottore in architettura” (e non “diplomato universitario” come nella sessione di un paio di mesi prima) uno scamiciato poco più che ventenne, che aveva presentato un lavoro (tralascio l’aggettivo col quale lo vorrei indicare) sul verde che si estendeva intorno all’ aeroporto di Linate. Di più  non dirò, per il groppo alla gola che mi prende, coi miei novant’anni suonati.

 


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