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Sabato, 23 Aprile 2016 18:57

Stiamo veramente creando valore con gli Open Data?

Renzo Carlucci
If I had to express my views about the digital future – that of Europe or indeed, of the whole world - I could do it with one word: data.  (Andrus Ansip) If I had to express my views about the digital future – that of Europe or indeed, of the whole world - I could do it with one word: data. (Andrus Ansip)

Lo studio "creazione di valore a partire dagli Open Data" rilasciato in occasione del lancio dell'ultima versione del portale europeo degli Open Data ha messo in risalto un risultato di un enorme lavoro svolto negli ultimi anni per dare origine a un nuovo mercato fondato sulla democratica distribuzione ed uso di dati normalmente rilevati da pubbliche amministrazioni. Il mercato indotto, come spesso rimarcato, vede la previsione di 325 miliardi di euro nel quadriennio 2016-2020 con un incremento rilevante di posti di lavoro.

Il report citato, realizzato dalla società Capgemini, prendendo atto che tutti i governi hanno avviato politiche finalizzate alla creazione e distribuzione di dati aperti, raccomanda contemporaneamente di non tralasciare le seguenti importanti informazioni, che impattano sul valore stesso dei dati:

- I costi ed i benefici del rilascio dei dati dovrebbero essere ulteriormente dettagliati

- È necessario un modello di costo marginale o gratuito per gli Open Data

- I portali governativi dovrebbero mantenere le analisi di uso del sito al fine di ottenere informazioni importanti su chi utilizza i siti web, quali set di dati vengono scaricati e quanti download si attuano

-Nei portali di Open Data, devono essere creati meccanismi di feedback

- I governi dovrebbero condurre sondaggi nel riutilizzo di Open Data nel settore privato.

- La forza lavoro dovrebbe concentrarsi a produrre quanto possibile Open Data.

D'altronde il meccanismo che vede la creazione diretta di valore  mediante l’uso di Open Data è piuttosto semplice in quanto le PA producono nell'ambito delle loro spettanze dati che vengono rilasciati a titolo gratuito (o in alcuni casi con costi ridotti) e il valore economico indotto consiste nella vendita di servizi e applicazioni che utilizzano i dati stessi.

Ma anche gli "effetti collaterali" sono veramente positivi. Sempre lo studio di Capgemini, mette in evidenza un risparmio per le PA nell'uso dei dati che arriva ad un valore di 1,7 miliardi di €, la creazione di 25.000 nuovi posti di lavoro e un effetto sul sociale stimato in 7000 vite salvate, tramite la diffusione e la conoscenza dei dati. 

Il vero valore intrinseco risiede nel riuso dei dati, che è alla base degli Open Data, una operazione concettuale che dovrebbe essere estesa non solo ai dati ma anche alle risultanze dei progetti delle PA. Troppo spesso in italia si è preferito "rifare tutto" pur di non trovarsi a ricondizionare banche dati che, per mancanza di lungimiranza nei processi di archiviazione e standardizzazione, sono andate perse, con grave danno economico della comunità.

La situazione delle aziende per il riuso dei dati in Italia

Purtroppo ad oggi non è ancora disponibile una situazione di mercato globale delle aziende coinvolte. L'operazione più importante che si sta svolgendo al momento è una indagine conoscitiva di livello scientifico in corso di realizzazione da parte della FBK (Fondazione Bruno Kessler) di Trento che il progetto Open Data 200 Italia ha avviato il primo studio sistematico sulle imprese italiane che utilizzano open data nelle loro attività per generare prodotti e servizi e creare valore sociale ed economico. Lo studio è condotto attraverso un questionario sul webche aiuterà a capire come gli open data possono essere utilizzati per creare valore sociale ed economico.

Il questionario è finalizzato esclusivamente alla ricerca scientifica. I dati raccolti verranno analizzati dal team di Open Data 200 Italia, progetto internazionale sull'impatto degli open data in Italia che coinvolge ricercatori della Fondazione Bruno Kessler e The Govlab della New York University. Il questionario è disponibile a questo link: 

Open Data 200 Italy

Esempi concreti di piattaforme, realizzate da aziende italiane, possono essere visti nel portale StatPortal Open Data che è una piattaforma open source per realizzare portali di open data con funzionalità avanzate realizzata da Sistemi Territoriali di Pisa che consente di:

- raccogliere grandi quantità di open data in un una banca dati unica

- gestire dati di varia natura: statistici, geografici, anagrafici, link, documenti, ecc..

- catalogare i dati in accordo ai principali standard (es. Dublin Core)

- ricercare i dati catalogati

- distribuire e rendere fruibile sul web i dati in ottica open

- analizzare i dati via web con reportistica tabellare, grafica e cartografica

La situazione all'estero

E' inquietante osservare che la situazione in America Latina è migliore rispetto a quella italiana. Da un articolo di Emma Pietrafesa pubblicato su Techeconomy.it apprendiamo che il sistema della salute basato sull'uso di Dati Open in Uruguay porta il paese ad essere il 7° nella classifica mondiale del Global Open Data Index ove l'Italia si colloca al 17° posto e la Colombia al 4° portando l'America Meridionale ad una supremazia interessante, pure superiore agli USA che si collocano all'8° posto. E il primo posto? Spetta a Taiwan!

Nel Regno Unito si è appena conclusa una indagine analoga alla nostra Open Data 200 Italy disegnando l'innovazione in tutti i settori e regioni su 270 aziende con un fatturato combinato di 92 miliardi di sterline e più di 500k dipendenti. I risultati mostrano che:

Le aziende che utilizzano dati aperti provengono da molti settori con oltre il 46% al di fuori del settore dell'informazione e della comunicazione. Questi includono finanza e assicurazioni, la scienza e la tecnologia, economia aziendale e supporto, Arte e intrattenimento, salute, vendita al dettaglio, i trasporti, l'istruzione e l'energia.

"I set di dati più popolari per le aziende sono geospaziali e dati cartografici (57%), dati di trasporto (43%) e dati ambientali (42%)"

Il 39% delle imprese innovative con i dati aperti hanno più di 10 anni, con alcune più di 25 anni, dimostrando che l'Open Data non è solo per le nuove start-up digitali.

Le 'Micro-imprese' (imprese con meno di 10 dipendenti) hanno rappresentato il 70% degli intervistati, aziende che stanno usando gli open data per creare servizi, prodotti e piattaforme. 

Il 70% delle aziende intervistate utilizzano dati open governativi, mentre quasi la metà (49%) delle aziende intervistate utilizzano dati aperti da fonti non governative, come le imprese, non-profit e progetti comunitari. Il 39% usa una combinazione di dati governativi e dati aperti non governativi.

Le aziende intervistate hanno elencato 25 differenti fonti governative per i dati che utilizzano.

"In particolare, i dati dell'Ordnance Survey (il corrispondente del nostro Istituto Geografico Militare) sono quelli più utilizzati, mentre la fonte non governativa più comunemente usata è stata OpenStreetMap"

Risultati di particolare importanza che segnano la direzione essenziale del dato cartografico come la base primaria di tutti i sistemi e le applicazioni basate sull'uso di Open Data. Ma l'importanza di un dato risiede nella sua qualificazione e certificazione per assicurare la massima attendibilità e fiducia dell'utente. Sappiamo benissimo che la falla di un sistema informatico che non da certezza dell'informazione porta ad una sfiducia totale che si può riflettere sull'intero sistema portando negatività anche a chi cura il massimo livello di affidabilità. Per questo dobbiamo continuare a lottare per vanificare gli effetti negativi procurati dalla noncuranza o spesso anche mancanza di competenza.


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